Arnold Toynbee

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Arnold Toynbee è nato a Londra nel 1852. Educato in scuole private a Blackheath e Woolwich, ha frequentato il Pembroke College (1873-74) e il Balliol College (1875-78). Dopo la laurea nel 1878 divenne docente di economia politica all'Università di Oxford.

Toynbee ha studiato la scienza dell'economia dove ha tentato di sviluppare un sistema che avrebbe migliorato la condizione della classe operaia. Toynbee arrivò alla conclusione che gli individui avevano il dovere di dedicarsi al servizio dell'umanità.

Sostenitore del movimento cooperativo e dell'educazione della classe operaia, Arnold Toynbee morì all'età di trent'anni nel 1883. Il famoso libro di Toynbee, La rivoluzione industriale in Inghilterra fu pubblicato dopo la sua morte. Nel 1884 fu fondata la Toynbee Hall a Whitechapel, nell'East London, in sua memoria.


5. "Uno studio sulla storia" di Arnold Toynbee

Arnold J. Toynbee (1889-1975) è nato a Londra e ha ereditato il fascino per la storia da sua madre, Sarah Edith Marshall (1859-1939), autrice di storie pubblicate dell'Inghilterra e della Scozia.[1] Da scolaro, Toynbee eccelleva nella storia e nelle lingue, ma lottava con la matematica e le scienze naturali.[2] Un'educazione accademica nella storia era un ovvio passo successivo. Dopo essersi laureato all'elite Winchester College, Toynbee si iscrisse al Balliol College dell'Università di Oxford nel 1906. Toynbee, che era molto abile in greco e latino, si specializzò principalmente in storia antica. A Oxford, Toynbee era uno studente di Gilbert Murray, Regius Professor di greco, che era stato tra il gruppo intellettuale che aveva assistito Wells con Il profilo della storia. Murray e Toynbee svilupparono una stretta relazione e nel 1913 la figlia del professore divenne la prima moglie di Toynbee. Nel suo ultimo anno da studente al Balliol, Toynbee vinse il prestigioso premio Jenkins, che gli permise di viaggiare attraverso l'Italia e la Grecia nel 1911 e nel 1912, per visitare antiche rovine e famosi siti di storia classica. Toynbee aveva fatto una tale impressione come studente che al suo ritorno in Gran Bretagna divenne professore al Balliol College. Si impegnò nell'insegnamento della storia antica. Una carriera accademica convenzionale sembrava in divenire.

Ma Arnold Toynbee non aspirava a nulla del genere. Al Winchester College l'ambito dell'insegnamento della storia era in gran parte limitato ad Atene e Roma, e anche a Oxford non c'era nulla che incoraggiasse il pensiero macrostorico.[3] Eppure Toynbee pensava in grande. Fin da giovanissimo dimostrò un tenore verso una percezione storica che trascendeva di gran lunga il convenzionale focus geografico della storiografia britannica. Cercò di integrare luoghi lontani dell'Asia orientale nella stessa cornice delle aree ortodosse di interesse storico, come l'Impero Romano. La radice di questa mentalità non può essere determinata con assoluta certezza. Una possibile fonte originale è un atlante storico che il giovane Toynbee ricevette in dono da suo zio, il chimico Percy Frankland (1858-1946), quando si stava riprendendo da una polmonite all'età di tredici o quattordici anni. Toynbee dichiarerà in seguito di aver "imparato moltissimo da esso".[4]

L'ampia visione di Toynbee sulla storia gli ha fatto capire che il suo mondo contemporaneo guidato dall'Occidente era solo una fase transitoria. Mentre era studente al Balliol, notò che «attualmente il mondo sta tra l'uomo della scuola pubblica inglese e il tedesco», a cui aggiungeva: «cioè finché la Cina non venga e ci divori».[5] A quel tempo stava già meditando su una grande opera storica per esprimere la sua ampia prospettiva della storia del mondo. Toynbee ha trovato ispirazione nel volume 5 Geschichte des Alterums (1884-1902), scritto dallo storico tedesco di Oxford Eduard Meyer (1855-1930), che integrava la storia egiziana, mesopotamica, greca e romana in una sintesi della storia antica. Toynbee voleva fare con l'antico e tempi moderni quello che Meyer aveva fatto solo con l'era antica, ma il giovane storico inglese era alle prese con la questione di come organizzare un'opera così completa.

Il ritmo della vita accademica iniziò sempre più a dispiacere a Toynbee. Non gli piaceva insegnare, soprattutto perché gli occorreva tempo per scrivere la grande sintesi storica che considerava sua magnum opus essere. Rimase fuori dalla Grande Guerra a causa di una dubbia affermazione di un'infezione di dissenteria, presumibilmente contratta due anni prima dopo aver bevuto da un ruscello contaminato in Grecia. Lasciò il Balliol College nel 1915 per lavorare per un gruppo di propaganda del governo britannico che si occupava principalmente di influenzare l'opinione pubblica negli Stati Uniti. Nel maggio 1917 assunse un altro incarico governativo quando si trasferì al Dipartimento di intelligence politica del Ministero degli Esteri, dove si occupava principalmente di ottenere informazioni su affari riguardanti l'Impero ottomano e il resto del mondo islamico. Durante la guerra, divenne un feroce sostenitore dell'internazionalismo e della fine del nazionalismo. McNeill suggerisce che questa posizione derivasse dal senso di colpa che Toynbee provava per non essersi arruolato mentre nel continente i suoi coetanei venivano massacrati nelle trincee. Restare fuori dalla guerra doveva essere giustificato attaccando i motivi della guerra.[6] Toynbee aspirava a un ruolo di costruzione della pace nella politica internazionale dopo la fine della guerra. Nel 1919 partecipò alla Conferenza di pace di Parigi come delegato del Ministero degli Esteri, ma questa esperienza si concluse con una delusione.

Dal 1916, Toynbee ricevette una dotazione mensile dalla contessa di Carlisle, nonna di sua moglie, per poter iniziare a lavorare alla sua grande sintesi. Tuttavia, questo non gli permise di avere un reddito sufficiente per mantenere il suo status sociale desiderato e nel 1919 accettò un altro lavoro accademico per diventare professore Koraes al King's College dell'Università di Londra. Questa cattedra si occupava dello studio della storia greca ed era finanziata dalla comunità greca di Londra. Toynbee era sicuramente molto ben informato sulla storia greca, ma aveva in mente la storia del mondo. Toynbee identificò la Grecia come l'avamposto orientale della civiltà europea, che in tal modo si collocava al crocevia tra Oriente e Occidente. Nel corso della sua storia, la Grecia è stata continuamente influenzata dagli sviluppi della civiltà sia orientale che occidentale. Studiare la storia greca, sosteneva Toynbee, stava studiando tutti questi sviluppi. Allargò l'ambito geografico della sua cattedra ben oltre il piccolo Regno di Grecia, quasi equiparando la storia greca alla storia del mondo. Evidentemente, i finanziatori della cattedra Koraes non erano contenti di questo approccio. Si sono lamentati del fatto che Toynbee stesse abusando della sua posizione per esplorare argomenti estranei alla Grecia. Anche il sostegno esplicito di Toynbee ai turchi nella guerra greco-turca del 1919-22 fu molto impopolare tra i finanziatori della sua cattedra. Fu costretto a dimettersi dalla sua posizione nel 1924.

Ma prima che arrivasse quel momento, Toynbee sperimentò una svolta nel suo pensiero sulla sua aspirata sintesi storica mondiale.[7] Nel 1920 Toynbee tenne una conferenza a Oxford che fu poi pubblicata come “La tragedia della Grecia”.[8] In questa consegna, sosteneva che la civiltà greca doveva giungere alla fine a causa del "fallimento della federazione interstatale" avvenuto durante la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.).[9] La conferenza riassumeva il piano per una storia della Grecia su cui Toynbee stava lavorando da un paio d'anni, ma ora era intervenuta la Grande Guerra. Improvvisamente la sua valutazione della fine della civiltà greca sembrò avere un perfetto parallelo nella situazione politica dell'Europa contemporanea. Toynbee stava contemplando da alcuni anni una percezione ciclica della storia. Da studente universitario aveva distinto parallelismi tra l'invasione persiana della Grecia nel V secolo a.C. e l'attacco ottomano all'Europa nel XV secolo d.C.[10] E quando viaggiava in Italia e in Grecia nel 1911 e nel 1912, il paesaggio locale gli rivelò schemi ripetitivi. I siti antichi, medievali e moderni, spesso costruiti con una funzione simile, si trovano tutti nella stessa vista. Nella percezione di Toynbee, la storia antica e moderna erano integrate nello stesso grande schema. Ma fino all'inizio degli anni '20, la struttura di questo schema ciclico non gli era ancora apparsa.

Ora Toynbee riconobbe che il modello ciclico della storia consisteva in tragedie ricorrenti. La mente umana era destinata a riportare gli affari sempre indietro verso uno stato di guerra e distruzione. In quello stato distruttivo tutte le civiltà alla fine cessarono di esistere. Il concetto di civiltà era centrale in questa tragica percezione del modello del passato. Nei suoi giorni da studente, Toynbee percepiva la storia come un incontro ricorrente tra i due grandi blocchi culturali dell'Oriente e dell'Occidente, una percezione storica comune in cui Toynbee era principalmente influenzato da Erodoto. Durante il periodo della sua nomina a Koraes, abbandonò questa comprensione del passato e la sostituì con una nozione di storia del mondo composta da più civiltà. Ognuno di questi era definito dalla sua particolare cultura (i fattori geografici, politici ed economici erano irrilevanti nella definizione di una civiltà). Toynbee considerava le civiltà come un insieme completo che era chiuso alle influenze culturali esterne e non poteva essere disintegrato in un'accurata analisi storica. Toynbee sosteneva che nessun singolo stato-nazione, oggetto convenzionale di studio storico, aveva una storia che si spiegasse da sé. La storia nazionale poteva essere compresa solo studiando gli sviluppi storici al livello della civiltà a cui apparteneva la nazione. Tutte le civiltà stavano procedendo nella loro interezza e per conto proprio attraverso la traiettoria universalmente simile di ascesa e inevitabile declino.

La concezione di Toynbee della natura chiusa delle civiltà derivava principalmente da quella di Oswald Spengler Untergang des Abendlandes. L'autore tedesco credeva che le civiltà fossero essenzialmente diverse l'una dall'altra, il che impediva influenze inter-civiltà e prestiti culturali.[11] Questa concezione contrastava con quella di un altro autore, F.J. Teggart (1870-1946), il cui lavoro ispirò anche Toynbee. Teggart, nato in Irlanda e docente all'Università della California a Berkeley, sosteneva che uno studio comparativo delle civiltà non poteva essere limitato al Vicino Oriente, ma doveva anche tener conto dell'India e della Cina. Il motivo per un'ampia portata geografica si rivolgeva a Toynbee. Ma, al contrario di Spengler, Teggart sosteneva che il progresso umano fosse il risultato di contatti tra società diverse. Toynbee conosceva quindi le opere storiche mondiali che si opponevano l'una all'altra sulla natura dei rapporti tra le civiltà. Che Toynbee abbia scelto di seguire Spengler piuttosto che Teggart probabilmente derivava dalle sue esperienze nella guerra greco-turca dei primi anni '20, che seguì come corrispondente per il Guardiano di Manchester.[12] Le brutalità che le due parti si infliggevano l'una all'altra, in una lotta che Toynbee intendeva come uno scontro tra civiltà diverse, confermavano la prospettiva spengleriana dell'impossibilità di una benefica interazione interculturale.

Nel 1925, Toynbee divenne direttore degli studi presso il British Institute of International Affairs (diventando il Royal Institute of International Affairs un anno dopo). La missione della sua funzione era incoraggiare uno spirito di cooperazione internazionale e di pace. Il suo compito principale consisteva nella stesura di un'indagine annuale sugli affari internazionali, che svolse con grande vigore. Il lavoro sui rilievi gli ha permesso di fare ricerche che potrebbero servire per la sua grande sintesi storica. I sondaggi annuali lo aiutarono anche ad apprezzare la diversità dell'"Oriente", che prima aveva sempre percepito come una civiltà uniforme. Toynbee iniziò a scrivere il manoscritto per quello che sarebbe diventato Uno studio di storia nel 1930. I primi tre volumi dell'opera monumentale furono pubblicati nel 1934. I volumi quattro, cinque e sei seguirono nel 1939. A quel tempo, Toynbee sperava che guidando l'opinione pubblica potesse contribuire alla prevenzione di un'altra guerra. Ma poi la tragedia ha colpito. Il 15 marzo 1939 suo figlio Tony si tolse la vita. Lo stesso giorno in cui Hitler invase la Cecoslovacchia. La sua famiglia era devastata ed era chiaro che una nuova guerra mondiale non sarebbe stata evitata.

Toynbee Uno studio di storia applica una portata mondiale, ma la sua struttura organizzativa si basa sull'esperienza storica europea. Toynbee credeva che le civiltà potessero succedersi l'una all'altra in un processo che chiamava "apparizione e affiliazione".[13] La continuità storica ha avuto la forma di nuove generazioni di civiltà emergenti dalle precedenti, come un figlio discende dai suoi genitori. Toynbee ha derivato questo modello di civiltà successive dalla presunta successione storica della moderna società occidentale dalla civiltà ellenica.[14] Toynbee definì la civiltà ellenica abbracciando sia la storia greca che quella romana. Per la parte migliore della sua storia, la civiltà ellenica era stata divisa in più unità politiche. Poi arrivarono tempi difficili intorno agli anni della guerra annibalica. La società ellenica non era più creativa e stava affrontando il declino. Ma questo processo potrebbe essere arrestato per qualche tempo unificando l'intera civiltà nell'Impero Romano.[15] Toynbee lo definì lo "stato universale": l'entità politica che comprendeva l'intera civiltà (precedentemente divisa politicamente). Ma il declino della civiltà ellenica non poteva essere evitato. La civiltà terminò con la caduta dell'Impero Romano. La caduta della civiltà ellenica fu seguita dall'"interregno", il periodo compreso tra la scomparsa della civiltà ellenica e l'emergere della società occidentale. L'interregno è stato dettato da due poteri, che Toynbee ha etichettato come "proletariato esterno e "proletariato interno" perché entrambi questi poteri si sono ribellati alla classe dirigente della società ellenica. Il proletariato esterno erano i barbari che invasero l'Impero Romano dall'esterno e assestarono il colpo finale alla morente civiltà ellenica. Il proletariato interno era la Chiesa cristiana, che si sviluppò come istituzione sotterranea ai tempi dello stato universale (l'impero romano) ma divenne dominante nell'interregno. La Chiesa cristiana ha costituito il ponte tra la civiltà ellenica e quella occidentale. La Chiesa si svilupperà in una "chiesa universale": realizzando l'unificazione spirituale della nuova civiltà. Nel passaggio dalla società ellenica a quella occidentale, il centro della civiltà si è spostato. Quella che era stata la frontiera della civiltà ellenica divenne il centro della nuova civiltà occidentale.

Questo modello è stato utilizzato come stampo per l'intera storia del mondo. Si instaura uno stato universale nell'ultima epoca di una civiltà che successivamente viene distrutta da invasioni esterne, ma dà vita a una civiltà precedente attraverso il "proletariato interno" che diventa la sua chiesa universale e unisce la civiltà sul piano spirituale. Tutte le civiltà identificate da Toynbee sono state spiegate in questi stessi termini. Evidentemente, non tutte le civiltà si adattavano allo stesso modo a questo schema, che richiedeva un ragionamento particolare. L'improvviso emergere del califfato omayyade nel settimo secolo lasciò Toynbee con uno stato universale senza una chiara civiltà preesistente che avesse unito. Risolse questo problema introducendo il concetto di una civiltà "siriaca", che sosteneva fosse rimasta sotterranea per migliaia di anni - all'incirca al tempo della conquista di Alessandro - ma aveva ancora una presenza inconscia nelle menti dei conquistatori arabi del settimo secolo.

Altre anomalie sono state affrontate introducendo i concetti di "civiltà abortive" e "civiltà affermate". Civiltà abortive avevano cessato di esistere mentre erano ancora in una fase prematura, a causa di gravi sfide atipiche, e quindi non avevano mai raggiunto la fase di uno stato universale. Le civiltà arrestate hanno dovuto affrontare una sfida molto specifica, sociale o ambientale, che richiedeva la loro completa concentrazione e tutta la loro energia. Indirizzando tutti i loro sforzi verso un problema, queste società erano in grado di superare la particolare severità con cui si trovavano di fronte, ma non avevano sviluppato la versatilità che caratterizzava la civiltà umana pienamente sviluppata. Pertanto, sosteneva Toynbee, queste civiltà arrestate avevano intrapreso il percorso regressivo dall'umanità all'"animalità". La creatività di Toynbee nell'affrontare le anomalie ha indebolito la capacità di persuasione del suo modello, ma gli ha permesso di incorporare società da un ampio ambito geografico. Le sue opere includevano, tra le altre, le civiltà dell'Egitto, della Cina, dell'India, delle Ande e del Messico, ma anche le civiltà abortite o affermate della frangia celtica europea, gli eschimesi e i polinesiani. Una così grande diversità geografica e culturale all'interno di una sintesi era senza precedenti.

Toynbee aveva sviluppato un modello di successioni genealogiche di civiltà, in cui più civiltà potevano nascere dallo stesso predecessore e in cui due società precedentemente separate potevano fondersi per formare una nuova civiltà (la civiltà iraniana e araba si erano fuse per formare quella islamica). A questo punto, Toynbee si era separato dalla filosofia storica di Spengler, che credeva che tutte le civiltà fossero emerse da - e alla fine tornassero a - una condizione naturale primitiva a-storica. Toynbee considerava il suo lavoro un miglioramento rispetto a quello di Spengler, poiché aveva liberato lo studio per lo sviluppo delle civiltà dal dogmatismo mistico dell'autore tedesco. Il principale contributo di Toynbee, così credeva, era la sua spiegazione empirica per l'ascesa e la caduta delle civiltà, che Spengler aveva omesso. Ma nel suo nucleo, l'argomento di Toynbee è rimasto vicino a quello di Spengler. Il modello della successione di civiltà, o la fusione completa di due civiltà, non dovrebbe essere confuso dagli scambi inter-civiltà. Le civiltà avevano confini culturali fissi, e il momento in cui iniziavano ad essere violate dalle invasioni barbariche era il momento in cui la civiltà stava volgendo al termine.

[1] Arnold J. Toynbee, Esperienze (Londra, New York e Toronto: Oxford University Press, 1969) 90.

[2] Le informazioni biografiche su Arnold J. Toynbee si basano in gran parte su: William H. McNeill, Arnold J. Toynbee: una vita (New York e Oxford: Oxford University Press, 1989).

[3] McNeill, Arnold J. Toynbee, 16, 30.

[5] Citato in: McNeill, Arnold J. Toynbee, 32.

[6] McNeill, Arnold J. Toynbee, 78.

[8] Arnold J. Toynbee, La tragedia della Grecia. Una conferenza tenuta per il professore di greco ai candidati agli onori in Literae Humaniores a Oxford nel maggio 1920 (Oxford, 1921).


Arnold Toynbee, uno studio sulla storia, volumi 1-13. (2 spettatori)

Sono passati quarant'anni da quando, nel 1964, ho comprato dieci dei tredici volumi di A Study of History di Toynbee. Ogni tanto ho un po' di tempo per immergermi in questi volumi, o per commentarli. Sebbene leggere Toynbee sia un solido esercizio intellettuale, non diversamente da Edward Gibbon che è servito da modello, si avvicina di più a fornire una prospettiva sulla storia che sembra scritta da un Baha'i. Il solo fatto che consideri la Fede Baha'i una delle due religioni della civiltà occidentale (Vol.7B, p.771) è sufficiente per dargli un posto d'onore nel mio pantheon di importanti storici.

Trovo, però, che Toynbee non sia facile da leggere. In effetti, mi ci sono voluti almeno due decenni (1964-1984) per essere in grado di leggere più di poche pagine alla volta. La sua scrittura, come quella di Gibbon, come quella di Shoghi Effendi, richiede una buona dose di esposizione per acquisire il gusto dell'apprezzamento. Sono sicuro che Shoghi Effendi, il Guardiano della Fede Baha'i, lo avrebbe amato, come amava Gibbon e teneva un volume del suo Declino e Caduta accanto al suo letto. Purtroppo, dopo il 1921, Shoghi Effendi era così sommerso dal lavoro che ebbe poco tempo per seguire gli sviluppi letterari nelle scienze sociali e umanistiche.

Toynbee iniziò il suo Studio della Storia lo stesso anno in cui il Guardian entrò in carica e terminò le sue ultime "Riconsiderazioni" nel 1961. I tredici volumi furono il suo tour de force, il lavoro della sua vita, la sua fonte di fama futura. C'è qualcosa di maestoso in questo lavoro di erudizione. Penso che sia più di una coincidenza che sia stato scritto proprio mentre l'Ordine Baha'i veniva progettato e messo nella sua prima forma. È impossibile per il dilettante valutare il lavoro di Toynbee, così come è impossibile apprezzare veramente questo embrionale Ordine della comunità Baha'i.

Quando il Regno di Dio sulla Terra iniziò nel 1953 secondo l'interpretazione baha'i della storia, Arnold Toynbee stava appena finendo il Vol.10. Era come se a questo Regno fosse stata data una storia adatta in cui rivestirlo e dargli un contesto. Al centro della tesi di Tonybee c'è l'imperativo globale di federarsi. La nostra sopravvivenza dipende da questo. La storia, come rapporto tra Dio e l'uomo, ha trovato la sua ragion d'essere nelle religioni superiori. Hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia dell'umanità.

Ho osservato tre reazioni a Toynbee. Il più comune in assoluto è: "chi è?" Per la maggior parte delle generazioni del dopoguerra, Toynbee si è perso in un mare di stampe. È un tipo pesante, non il tipo che porti a letto per un leggero berretto da notte. Altri hanno sentito parlare di lui ma, come il Guardian, si sono semplicemente fatti coinvolgere dalla vita e dalle sue trafficate autostrade e strade secondarie. Un terzo gruppo lo trova meravigliosamente stimolante. Per me, è essenzialmente lo storico baha'i - se i baha'i ce n'è bisogno - e almeno per me, lo fanno.

La storia dell'esperienza umana nella storia è immensamente complessa e Toynbee dà un assaggio di questa complessità. Questo terzo gruppo, contiene anche un sottogruppo che ha trovato il tempo di leggere Toynbee, ma non è d'accordo con quasi tutte le sue principali ipotesi. Nel 1955, rispondendo a una serie di critiche al suo lavoro in The History of Ideas, una delle tante riviste di scienze sociali, Toynbee disse che stava "studiando la storia". Una delle tante accuse a cui Toynbee ha risposto è stata quella di non essere convenzionale e di aver cercato di scrivere troppo. Nel chiudere la sua breve risposta di meno di una pagina, Toynbee ha detto che si sentiva un poeta minore, uno storico minore. Ci ha regalato una vita di letture. Data la sua prospettiva globale, la somiglianza dei presupposti e la ricca diversità del suo lavoro, potrebbe arrivare ad occupare una posizione importante in futuro. Forse dopo questi tempi difficili diventiamo più sereni e sviluppiamo una sensibilità più colta e colta.

Nel frattempo continuerò ad immergermi nella sua mente di tanto in tanto. Un secondo trentennio mi farebbe bene. Aspettiamo ancora quella federazione che Toynbee sperava ma non era convinto che lui, o noi, avremmo mai visto. Una certa pertinacia, perseveranza, determinazione è richiesta nel portare Toynbee con sé a fare un giro. Uno slancio vitale, un'energia è fondamentale per superare la fatica incipiente, i vuoti di concentrazione e la propria ignoranza assoluta. Se uno sta con lui, come il Guardian, diventa parte della propria spina dorsale. Occupa diversi filoni essenziali nel mio trucco intellettuale. I suoi volumi tascabili vengono avvisati. All'inizio degli anni '60 costavano tre o quattro dollari a volume. Sono diventati vecchi amici.


Arnold Toynbee - Storia

Arnold Toynbee e la storia — Review

Fonte: Western Socialist, Boston, USA, settembre-ottobre 1956
Trascritto: da Adam Buick.

Toynbee e la storia. Saggi critici e recensioni . A cura di M.F. Ashley Montagu. Porter Sargent Publishers, Boston, 1956, pp. 285 $5,00

Trenta esperti nei campi relativi a A Study of History danno qui le loro valutazioni critiche dell'opera monumentale di Toynbee. Tutti ammirano la grande erudizione e operosità di Toynbee, anche se è pieno di interpretazioni errate, errori di fatto e "non dimostra esattamente nulla". , ma costruito sulla sabbia.” Sebbene Toynbee parli in nome della scienza e dell'empirismo, basa il suo lavoro "su valori soggettivi e non verificabili". orientamento, si dice, lo privano di ogni insieme di criteri oggettivi per giudicare il progresso e il declino delle civiltà. Il segreto del suo grande successo popolare potrebbe risiedere nel suo essere il “profeta” di una nuova setta, una sorta di “Billy Graham dalle teste d'uovo.”

Tra questi esperti non si trova nessun marxista. I loro argomenti contro, così come la loro riverenza per Toynbee, si riferiscono a differenze filosofiche e metodologiche all'interno del campo della storia borghese. Non sono d'accordo sulle definizioni, si interrogano sulla distinzione di Toynbee tra civiltà e società e speculano sul fatto che le civiltà siano il campo proprio dello storico. La critica è diretta non tanto allo schema di sviluppo insignificante di Toynbee — “sfida e risposta,” che sono portati avanti da “minoranze creative” il cui declino spirituale porta alla distruzione delle civiltà, quanto a Il disgusto di Toynbee per il moderno stato-nazione e il suo desiderio di una civiltà mondiale basata sulle principali religioni.

Sebbene la filosofia della storia di Toynbee sia ridicola, la sovranità nazionale è obsoleta come lui ritiene che sia, nonostante l'apparente rinascita del nazionalismo. Questo è semplicemente un segno del declino del vecchio e della formazione di nuovi imperi, che si accompagna all'ulteriore sviluppo e trasformazione del capitalismo. Eppure alcuni di questi critici attaccano Toynbee esclusivamente sulla base del suo antinazionalismo. In contrasto con l'insistenza di Toynbee sul fatto che "l'umanità deve diventare un'unica famiglia o distruggersi", essi considerano lo stato-nazione, e Israele in particolare, come "il più grande trionfo di quest'epoca e il cimitero di associazioni più ampie". e raggruppamenti.”

Rispetto a questo tipo di critica, anche le speculazioni mistiche di Toynbee verso una civiltà religiosa universale - per quanto insensate - appaiono più umane e di maggiore rilevanza per la tendenza e i bisogni dello stato. Ma proprio come una parte considerevole dei dati accumulati nell'opera di Toynbee può essere letta senza tener conto della sua cornice soggettiva, così gran parte di questa critica può servire a correggere le false impressioni derivate da una lettura acritica di questi dati. Le costruzioni teoriche sia di Toynbee che dei suoi critici, tuttavia, non hanno alcun significato per lo studioso di storia marxista.


Arnold J. Toynbee - Civiltà

Si può dire che le idee e l'approccio alla storia di Toynbee rientrino nella disciplina della storia comparata. Anche se possono essere paragonati a quelli usati da Oswald Spengler in Il declino dell'Occidente, ha respinto la visione deterministica di Spengler secondo cui le civiltà sorgono e cadono secondo un ciclo naturale e inevitabile. Per Toynbee, una civiltà potrebbe continuare o meno a prosperare, a seconda delle sfide che ha dovuto affrontare e delle risposte che ha avuto.

Toynbee ha presentato la storia come l'ascesa e la caduta delle civiltà, piuttosto che la storia degli stati-nazione o dei gruppi etnici. Identificava le sue civiltà secondo criteri culturali o religiosi piuttosto che nazionali. Così, la "civiltà occidentale", che comprende tutte le nazioni che sono esistite nell'Europa occidentale dal crollo dell'impero romano d'Occidente, è stata trattata nel suo insieme e distinta sia dalla civiltà "ortodossa" della Russia e dei Balcani, sia dalla la civiltà greco-romana che l'ha preceduta.

Con le civiltà identificate come unità, ha presentato la storia di ciascuna in termini di sfida e risposta. Le civiltà sono nate in risposta a una serie di sfide di estrema difficoltà, quando le "minoranze creative" hanno escogitato soluzioni che hanno riorientato la loro intera società. Le sfide e le risposte furono fisiche, come quando i Sumeri sfruttarono le impervie paludi dell'Iraq meridionale organizzando gli abitanti del Neolitico in una società capace di realizzare progetti di irrigazione su larga scala o sociali, come quando la Chiesa cattolica risolse il caos dell'Europa post-romana arruolando i nuovi regni germanici in un'unica comunità religiosa. Quando una civiltà risponde alle sfide, cresce. Le civiltà sono diminuite quando i loro leader hanno smesso di rispondere in modo creativo, e le civiltà sono poi affondate a causa del nazionalismo, del militarismo e della tirannia di una minoranza dispotica. Toynbee sosteneva che "le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio". Per Toynbee, le civiltà non erano macchine immateriali o inalterabili, ma una rete di relazioni sociali all'interno del confine e quindi soggette a decisioni sagge e imprudenti che prendevano.

Ha espresso grande ammirazione per Ibn Khaldun e in particolare per il Muqaddimah (1377), la prefazione alla storia universale di Ibn Khaldun, che rileva molti pregiudizi sistemici che si intromettono nell'analisi storica attraverso l'evidenza, e presenta una prima teoria sul ciclo delle civiltà (Asabiyyah).

Il punto di vista di Toynbee sulla civiltà indiana può forse essere riassunto dalla seguente citazione.

La vasta letteratura, la magnifica opulenza, le maestose scienze, l'anima che tocca la musica, gli dei che incutono timore reverenziale. Sta già diventando più chiaro che un capitolo che ha un inizio occidentale dovrà avere un finale indiano se non deve finire con l'autodistruzione della razza umana. In questo momento storico estremamente pericoloso l'unica via di salvezza per l'umanità è la via indiana.


Uno studio di storia

Beh, avevo un gigantesco riassunto cartonato di questo. Ricordo come mi paralizzava quasi ogni volta che spostavo i miei libri o cambiavo casa. Avevi quasi bisogno di due ragazzi solo per sollevare questo volume. O due donne forti, ovviamente. O nove bambini stranamente forti. Lo leggevo a letto, e questo è il motivo per cui cammino zoppicando ancora oggi. Comunque, questo ragazzo Toynbee, uomo vivo non ha mai smesso di scrivere, hai visto quanti libri ha scritto? Questo particolare lavoro elefantiaco è uno di quelli g Beh, avevo un gigantesco riassunto cartonato di questo. Ricordo come mi paralizzava quasi ogni volta che spostavo i miei libri o cambiavo casa. Avevi quasi bisogno di due ragazzi solo per sollevare questo volume. O due donne forti, ovviamente. O nove bambini stranamente forti. Lo leggevo a letto, ed è per questo che cammino zoppicando ancora oggi. Comunque, questo ragazzo Toynbee, uomo vivo non ha mai smesso di scrivere, hai visto quanti libri ha scritto? Questo particolare lavoro elefantiaco è una di quelle grandiose indagini spengleriane su assolutamente tutto, e ha una teoria. Wikipedia, in una rara esplosione di divertimento, descrive così A Study of History -

Delle 26 civiltà identificate da Toynbee, sedici erano morte nel 1940 e nove delle restanti dieci risultarono essere già crollate. Rimase in piedi solo la civiltà occidentale. He explained breakdowns as a failure of creative power in the creative minority, which henceforth becomes a merely 'dominant' minority that is followed by an answering withdrawal of allegiance and mimesis on the part of the majority finally there is a consequent loss of social unity in the society as a whole. Toynbee explained decline as due to their moral failure. Many readers, especially in America, rejoiced in his implication (in vols. 1-6) that only a return to some form of Catholicism could halt the breakdown of western civilization which began with the Reformation.

Since he wrote this corpulent classic between 1934 and 1956 but he survived another 20 years, I wonder if he would have been wagging his old head over the evident connections that so many people miss. You may begin with what you feel is a justifiable and harmless Reformation but you do not realise that you are now on a slippery slope which leads straight to boys wearing long hair, girls riding motorcycles, and LSD being put into the water supply.

Toynbee describes the rise and fall of civilisations not as some kind of mystical-natural organisms like Spengler, but like organisations that adapt or die. Those are the important things, nations and ethnicities are just the wallpaper in the rooms. He judges on results - "the Sumerians exploited the intractable swamps of southern Iraq by organizing the Neolithic inhabitants into a society capable of carrying out large-scale irrigation projects" - I wonder if he lived just long enough to call Pol Pot a neo-Sumerian.

Historians mostly sneered at all this overarching giantism but allegedly the public lapped it up – they must have been made of sterner stuff, but it was in the days before junk food had made people’s limbs go all floppy, so they had the physical strength to stagger home with it from the bookshop. Historians these days don’t do this Toynbee Spengler My Great Big Theory of God the Universe and Everything, instead they write about the Guild of Oat-Cake Re-Grinders in Lehrenbreinheimgavau, Upper Munster, 1341 to 1374 and suchlike.

As you know, I think that history will teach us nothing and I firmly reject any supposed link between Martin Luther’s 95 Theses and Johnny Rotten’s Anarchy in the UK. The sex Pistols would have happened anyway, even if the Sumerians had still been in charge.

Toynbee&aposs A Study of History is one of those voluminous treatises that I simply can&apost think of any specific points to include in my review, for the book itself already includes virtually everything worth consideration within the field of study. The topics in which this book concerned were on the cultural level of civilizations and on the spatiotemporal level of the globe in millennia. The main parts of discussion were divided into three sections: concerning peace, war, and confrontation between Toynbee's A Study of History is one of those voluminous treatises that I simply can't think of any specific points to include in my review, for the book itself already includes virtually everything worth consideration within the field of study. The topics in which this book concerned were on the cultural level of civilizations and on the spatiotemporal level of the globe in millennia. The main parts of discussion were divided into three sections: concerning peace, war, and confrontation between civilizations, while for each individual civilization four phases of its lifespan are primary targets of concern: genesis, growth, breakdown, and disintegration. In my review, instead of detailing and paraphrasing the words of Toynbee, I would simply focus on a few interesting ideas/assertions from the book and talk a little bit about my personal understandings regarding these ideas.

First is the idea of substituting capacities -- an idea that's no stranger to us, for we apply the same idea to individuals all the time: we tell people with physical disabilities not to lose hope in sports but to explore with their mental capacity, we encourage students who are bad at sitting inside classrooms to pursue careers in outdoor activities. We see this phenomenon in larger entities such as societies and states as well: countries with limited resources often developed alternative sources of profit, with prime examples such as Japan and Singapore. In Toynbee's book, however, he further extended this idea to civilizations with some modifications. As it turned out, civilizations are also capable of developing substituting capacities -- the conquered colonies of the Roman Empire were able to profoundly influence Rome through their prevailing arts and culture (Greek mythology and philosophy, Eastern architecture, and Christianity are all good examples), while the conquered peoples were often able to form more cohesive national identity under oppression (Jews are the best example). As a Chinese, the history of China seems to me another fitting example of substituting capacity: while China was frequently attacked and conquered by nomads, the nomadic culture of the north would always be assimilated into the mainstream Chinese culture. This idea does seem quite convincing, although I do have some doubts because we see many counterexamples in history, too. Not all those conquered nations were able to rise up on a different battlefield and subjugate their master culturally, and not all those conquered peoples were able to repel the suppression and rejuvenate after centuries of diasporas. There are certainly merits in Toynbee's theory, but the interesting thing about history is that there is never a definite rule of thumb that would always work.

Another very thought-provoking statement in the book was that technological advances were results, instead of causes of the development of civilizations. A converse of this statement goes, the lag in technological development is an indication of the decline of civilization. Toynbee used the "All roads lead to Rome" example -- which was not an exaggeration of Roman transportation at its pinnacle, but as the imperial power declined and centralized government faded away, warlords and local kings built passes and outposts all around their territories, essentially destroying the old Roman road system and leading to the Dark Ages. Again, as a Chinese, this inevitably reminded me of the decline of Chinese civilization in the later imperial periods -- the stagnation in technological breakthroughs wasn't a reason for China's decline, it was a precursor to it. The reason I find this way of thinking important is because that we often invert causes and effects, moreover we also mix causal relations with random occurrences a right way of looking at history involves correctly analyzing the relations between various historical events.

Last but not least, I would like to quickly touch on futurism -- a topic Toynbee spent quite some chapters on. Futurism, in a historical sense, can refer to anything that seeks to cut the ties to the past and traditions and focus solely on tomorrow. This stream of thoughts often caused intense social conflicts and resulted in neither a continuation of the status quo nor a world without any traces of the past. Qin Shi Huang's political and cultural unification of China is a prime example of the effects of futurism the radical policies of burning all the classics and massacring scholars possessing unwanted knowledge turned out to be ineffective and harmful, eventually contributing to Qin's quick downfall. Byzantine's Leo III initiated iconoclasm for purer religions, but only infuriated his Christian neighbors and further caused damages to his empire. Beyond the definition of futurism, I'd argue that any civilization under the guidance of idealism is destined to fall, for history is never a construction of human ideals and reasons.

As aforementioned, A Study of History is a voluminous treatise and certainly requires a much longer period of time for digesting the contents than simply reading through the pages. I will almost certainly come back in the future and seek new understandings. . Di più

I first read "A Study of History" in the 1970s and found it fascinating and insightful. Rather than looking at one nation or area or time span, Arnold Toynbee compared what he called "civilizations" to see if he could find common denominators in their development or their structure. A 2017 re-read, though, revealed some issues.

First, the definition of "civilization" is a little murky, as, for example, he counts the Roman Empire as part of the Hellenic "civilization." At one level, certainly ther I first read "A Study of History" in the 1970s and found it fascinating and insightful. Rather than looking at one nation or area or time span, Arnold Toynbee compared what he called "civilizations" to see if he could find common denominators in their development or their structure. A 2017 re-read, though, revealed some issues.

First, the definition of "civilization" is a little murky, as, for example, he counts the Roman Empire as part of the Hellenic "civilization." At one level, certainly there is continuity and connection, but to say that Sparta and Pergamon, separated by hundreds of years and a vast cultural chasm, are from the same civilization is a stretch. But it only takes a little squinting to make it easy enough to swallow, and the grand idea overrides the pesky little details.

Second, as Toynbee freely admits, there are fewer common patterns than one might expect, and his in-depth examination of one or two aspects of a particular civilization tend to appear more anecdotal than substantial.

Finally, in terms of overall concerns, Toynbee places a major emphasis on the role of what he calls "higher religions." The fact that these religions sometimes bleed over into more than one civilization complicates his original argument that comparing civilizations is an effort that makes sense, and it also leads to perhaps the most fundamental criticism of this extremely impressive work of scholarship and grand analysis.

Though Toynbee identifies 30-some civilizations and can trace the historical record back more than 5,000 years, it's not at all clear that we have any kind of perspective on these large-scale trends Toynbee seeks to identify and trace. Are, for example, the higher religions an artifact of a stage of development, or an enduring aspect of human history that will always be in play? If so, then his emphasis on their importance makes sense if not, they are as evanescent as the importance of stirrups in warfare -- crucial for a brief time but not fundamental in any sense.

Toynbee also discusses his idea of "creative" and "dominant" minorities that are the driving force in civilizations. When the civilization is on the rise, the creative minority leads the way, and the mass of people follow happily, adopting the ideology and goals of that minority (he calls the process "mimesis.") When the civilization begins to stagnate, the creative minority shifts to a dominant minority, and imposes its values (and desire to retain power) on the majority. This was very likely true when only a minority of people had access to education, to the ability to manipulate the levers of power, to economic clout, but with a broader segment of society much more capable of being involved in the processes of civilization, it's unclear if that kind of minority retains the power to create consensus it once had.

And of course the entire idea of the Internet was non-existent when Toynbee finished his work on this edition in 1972, and the global village of Marshall McLuhan was just some academic pipedream. Toynbee's belief that a world government was not only necessary but also inevitable seems more than a little outdated in these fragmented days, though of course the wheels of history grind very slowly and who knows how the planet will be governed after climate change shifts the paradigm.

(There is one very contemporary note that Toynbee anticipated that I can't help but mention. He says that civilizations on the decline deal with barbarians in two ways: They build walls and sell them weapons. Donald Trump, of course, wants to "build that wall," and for generations, the United States has been arms seller to the world, and many of the weapons wielded by the terrorists that Toynbee would likely identify as the 21st century version of barbarians are of American origin.)

All in all, "A Study of History" is very much a creature of its time and place. Toynbee's style old-fashioned and ornate, and he is fond of inserting quotes in their original languages (German, French, Latin) as he assumes his readership is of course somewhat fluent in more than English. He also lingers too long on examples and anecdotes, and after a while, the mind numbs from historical detail piled on top of historical detail.

Nonetheless, "A Study of History" will reward the patient reader. Toynbee views the world and its stories from a vast distance, detached (as best he can) from the random walk of historical events. We are all so caught up in today's disasters and misadventures, and how the recent past has scarred the present and future, that we forget that history does repeat itself in many ways, and that we can shed light on today and tomorrow by looking carefully at centuries long past. "A Study of History" does just that, and though it seems to us that the world has passed it by, it's also possible that future generations will look on it as one of the great achievements of 20th century thought. . Di più


Toynbee, Arnold

The first intellectual influence of importance in the life of the English economist Arnold Toynbee (1852-1883) was his father, Joseph, a surgeon and fellow of the Royal Society. Guided by his father, Toynbee developed a taste for the finer models of English prose, especially the Bible, Milton, Gibbon, and Burke. Among the poets, Toynbee esteemed the Elizabethans, Shelley, and Keats. Scott and Thackeray were his favorite novelists. He was early handicapped by fragile health and, in the words of his close Oxford friend Alfred Milner, had “a strange, solitary, introspective youth, for he was never long at school, nor had he …the love of games, the careless mind, or the easy sociability which make school life happy” (1901, pp. 11-12).

At 19 he enrolled in Pembroke College, Oxford, largely because it was one of the cheaper colleges. But he speedily aroused the interest of Benjamin Jowett, master of Balliol College, who had him transferred to Balliol. Although Toynbee’s health was too precarious to permit him to read for honors and he earned in consequence only an ordinary pass degree, his essays were so extraordinary and his personal qualities so outstanding that in 1878 he was made lecturer and tutorial fellow at Balliol.

Toynbee’s impact was partly the effect of what Jowett termed “his transparent sincerity,” the absence of “any trace of vanity or ambition.” Milner, who shared few of Toynbee’s opinions, recalled nevertheless that he “fell at once under his spell and …always remained under it” (1901, p. 15).

Toynbee combined intense religious conviction, saintly character, and dedication to the improvement of the working classes. In 1875 he came to political economy out of the same desire to do good that motivated his immediate Balliol successor, Alfred Marshall. As Milner said, “for the sake of religion he had become a social reformer for the sake of social reform he became an economist.” In his brief life Toynbee campaigned relentlessly for worker housing, parks, free libraries, and “all the now familiar objects of municipal socialism.” He became a guardian under the poor law, a supporter of cooperatives, and a church reformer. One of his major activities was lecturing to working-class audiences on social reform, first in industrial cities like Newcastle and Sheffield and then in London. This aspect of his work was memorialized after his death by the founding of Toynbee Hall in White-chapel, the first university settlement house. At Oxford, “the apostle Arnold,” as he was affectionately called, did much to combat laissez-faire doctrine among both undergraduates and dons.

The Industrial Revolution (1884), published posthumously, was Toynbee’s single book. As his nephew, the historian Arnold J. Toynbee, has said of its detailed findings, “Toynbee’s work has been superseded long ago.” Nevertheless, Toynbee invented the term itself and supplied the argument for considering the industrial revolution as a “single great historical event.” The younger Toynbee’s judgment, in his preface to the 1956 edition of the book, is just: “As a masterly first reconnaissance of a very important field of historical study, this pioneer work by a young man is still as much alive as ever it was” ([1884] 1956, p. ix).

The volume has a second significance. In it Toynbee challenged the dominant economics of his time, allied himself with Walter Bagehot and T. E. Cliffe Leslie in the formulation of an alternative technique, and assisted in the development of an English version of the German arguments over the relative claims of history and analysis (the Methodenstreit). Never an extremist in this controversy, always willing to concede that deductive economics had its place, he nevertheless criticized a “wrong use of deduction … a neglect on the part of those employing it to examine closely their assumptions and to bring their conclusions to the test of fact.” No wonder the deductive theorists produced such “absolutely untrue” doctrines as the wages fund. Historical method, on the other hand, was capable not only of tracing the “actual causes of economic development” but of identifying the “stages of economic development,” comparing them with “those which have obtained in other countries and times,” and ultimately evolving “laws of universal application.” As an example of good historical method, Toynbee cited approvingly Maine’s researches on the evolution of contract.

Toynbee believed economic policies should be related to historical circumstances. Hence, the relative merits of laissez-faire and state action cannot be judged a priori. Although Toynbee’s socialism was not of the collectivist variety, he favored extensive social legislation, relied heavily on the type of municipal socialism with which the Fabians were to be identified, and held high hopes for such voluntary workers’ associations as trade unions, cooperatives, and friendly societies.

Toynbee neither won nor lost the methodological argument. As the contemporary historian of economic thought T. W. Hutchison has said, “the inquiries of Bagehot, Toynbee, and Leslie …were scarcely followed up in subsequent decades” (1953, p. 429). Alfred Marshall, England’s leading economist between 1890 and 1920, incorporated just enough historical material in his work to blunt the edge of controversy between marginalists and historians. But the methodological issues were discussed only casually and were scarcely settled convincingly by either Marshall or his followers.

Toynbee died suddenly of a “brain fever” in his thirty-first year. His widow, Charlotte, survived him by nearly a half century.

[For the historical context of Toynbee’s work, seeeconomic thought, article onthe historical SCHOOL and the biographies ofbagehot leslie maine. Per discussion of the subsequent development of Toynbee’s ideas, seeindustrialization.]


Arnold Toynbee, Who Charted Civilizations’

Arnold Toynbee, the historian of the rise and fall of civilizations, died yesterday at a nursing home in York, England. He was 86 years old and had been incapacitated for the last 14 months as a result of stroke.

Few works of history had such a precise and romantic origin as Arnold Joseph Toynlbee's “A Study of History.” Il

3½‐million word, 12‐volume Istory of mankind, which took 40 years to complete, was begun on Saturday, Sept. 17, 1921, when the author was traveling west from Istanbul on the fabled Orient Express. He had ,spent the day watching the awesome Thracian, countryside slip by and pondering the region's glorious and gory past.

“That evening I was still, standing at the window, overwhelmed by the beauty of the Bela Palanka Gorge in the light of the full moon, as our train bore down upon Nish,” he recalled, adding:

“If I had been cross‐examined on my activities during that day, I should have sworn that my attention had been wholly absorbed by the entrancing scenes that were passing continually before my outward eye. Yet, before I went to sleep that night, I found that I had put down on half a sheet of notepaper a list of topics which, in its contents and their order, was substantially identical with the plan of this book as it now stands.”

Mr. Toynbee's idea germinated for about six years, for real work on “A Study of History” was not undertaken until 192728, when he elaborated his outline into detailed notes. After journey around Asia in 1929, he applied himself to the task of writing, and the first three volumes were published in 1934. By 1939 he had issued Volume VI, and Volumes VII‐X came off the press in 1954. Volume XI, chiefly an atlas and gazetteer, followed in 1959. The final volume, entitled “Reconsiderations,” was published in 1961.

Volume XII was occasioned by the clangorous disputation that was set off by “A Study of History” virtually from the outset, for Mr. Toynbee had ventured what few historians dared: an interpretation of history as well as a chronicling of it. He had, moreover, sought to recount the events of thousands of years in an unconventional fashion.

A Panoramic View

Instead of narrating episodes or telling the story of this or that nation or people, Mr. Toynbee ranged over all recorded history in dazzlingly erudite detail. Taking a panoramic view, he was fascinated by the rise and fall of civilizations, of which he counted 26 from ancient times to the present. He, once explained his approach to history this way:

“The histories of all the civilizations that have now , come to light cannot be arranged in a single series leading up to the present state of any one living civilization or any one living, nation.

“Instead of the beanstalk pattern of history, we have to draw for ourselves a tree pattern, in which the civilizations rise, like so many branches, side by side,1 and this pattern is suggested by, the most important feature in the history of the Modern Age. In this age our Western Civilization has collided with all the other surviving civilizations all over the face of the planet—with the Islamic civilization,’ with the Hindu, with the Chinese, with the Aztec and so on —and we can take a comparative view of the effects of these simultaneous collisions upon the parties to them.

“This comparative treatment can be extended to the whole of history.”

Applying the view that cornparison of civilizations, or societies, was the way to write meaningful history, Mr. Toynbee devoted the first six volumes of his study to searching out the pattern of genesis, growth and breakdown of civ

ilizations since the emergence

dell'uomo. In the process he realized’ that some of his civilizations

had developed uhiversal churches and universal political structures and that they had also been obliged, in their heroic’ ages, to meet barbarian threats.’ These phenomena were treated in great detail in succeeding volumes.

He suggested that spiritual rather than material forces controlled the course of history and that individuals played a creative (or destructive) role in the unfolding of events. Rejecting “the dogma that ‘life is just one damned thing after another,'” Mr. Toynbee argued that the end of history is the Kingdom of God and that history is “God revealing Himself.”

He did not, however, regard God as the province of any one religion, but as a force or feeling that “wells up from a deeper level of the psyche.” In this sense, he wrote about a dream he once had of himself. (The dream was in Latin,but it could well have been in Greek, for he dreamed fluently in these languages as well as in English.)

In the vision, the historian saw himself holding on to crucifix above the altar of a Benedictine abbey in Yorkshire as a voice cried out, “Amplexus expecta [Cling and wait]!”

The dream demonstrated, according to Mr. Toynbee, the intimate relationship of God and man, the psychic nature of religious feeling.

Few modern historians professed to find Divinity in human affairs, and this contentention, subtly argued, further served to set Mr. Toynbee off from others in his craft. His vast erudition also put him apart. He wrote and conversed about little‐known aspects of history with the same assuredness that he displayed in dealing with more widely known developments.

In the later years of his life, when his renown was estab fished and when he was much in demand as a lecturer and television panelist, the world saw a pale, lean and distinguished‐looking man with white hair, slightly impaired hearing and jittery but graceful hands.

A Gregarious Man

Although he was capable of losing his temper and shouting when crossed, he was generally a model of sweet reasonableness and charm. His manner was offhand rather than professoinal, which often astonished those who expected him to be oracular. His amiability was such that be was willing to engage almost anyone in conversation.

Once, in the basement barbershop of a Chicago hotel, friend noticed that he was “talking and talking” with the barber. The friend said afterward, “You were having quite a discussion.” “Yes,” Mr. Toynbee replied, “we were discussing international affairs. He has some very sound views.” I This gregariousness was part of Mr. Toynbee's heritage and upbringing. He was born in London on April 14, 1889, the son of Harry Toynbee, a social worker, and Sarah Marshall Toynbee, one of the first women in Britain to receive a college degree.

He was named for an uncle, a social reformer and economist who gave his name to Toynbee Hall, a London settle

ment house where university students could learn firsthand about the poor. Brought up in an atmosphere at once bookish and practical, young Arnold was introduced to history through his childhood reading about Greece and Rome. He was sent to Winchester and then to Balliol College, Oxford, a citadel of intellectualism, where he received a thoroughgoing classical education, which he extended with further studies in Greece.

Toured Greek Ruins

His Greek sojourn included both training at the British Archeological School in Athens and walking tours among the ruins of classical Greece and Crete. Contemplating the death Of these civilizations, he began to ponder their relationship to his own times.

Returning to Britain in 1912, he became a fellow and tutor in ancient history at Balliol for three years. At the same time he began to write on the contemporary British and world scene, contributing articles to The Nation, a London periodical, and publishing two books, “Nationality and the War” and “The New Europe.” Neither was regarded as remarkable.

Realizing that politics is history's present tense, Mr. Toynbee left Balliol in 1915 to work in the Political Intelligence Department of the Foreign Office and then, in 1919, to serve in the Middle Eastern section of the British delegation to the Paris Peace Conference. His fluency in five languages. his scholarly knowledge of the Middle East and his acquisitive intellect combined to make him a model (if selfeffacing) civil servant. His true interest, however, was not Government service, but the gathering and dispensing of historical knowledge.

Thus, in 1919, he went to the University of London, where he taught Byzantine and modern Greek history and literature and, later, international history. Whenever he could, he traveled, for he liked to see for himself the actual sites of historical events.

He was in Turkey in 1921 as a correspondent for The Manchester Guardian, reportinr,'’ the Greco‐Turkish War, and back there two years afterward to write articles for the magazine Asia.

Edited Yearbook Series

A writer of extraordinary energy, from whose fountain pen words flowed easily, Mr. Toynbee undertook to edit a series of international year. hooks for the Royal Institute l of International Affairs. He produced these from 1923 to 1946, and the income helped support him as he researched and wrote the initial volumes of “A Study of History.” He also wrote articles for magazines in Britain and the United States and a book describing his travels in China in 1929.

Mr. Toynbee interrupted his scholarly pursuits in World War Il to return to Government service as director of the Research Department of the Foreign Office and as a member of the British delegation to the peace talks in Paris in 1946.

By the time the war broke out. he had achieved his first burst of fame for his mas terwork, six volumes of which had been published by 1939. Oddly, that fame began in the United States, for Mr. Toynbee was virtually ignored by professional historians in Britain. Indeed, The English Historical Review, the major journal, did not review “A Study of History” until 1956.

One explanation for that coolness was the author's attack on parochial histories and on the prestigious “Cambridge Modern History,” a joint Work of Many specialists. A further explanation was that Mr. Toynbee's one‐man attempt at a historical synthesis was thought presumptuous.

Review Stirred Interest

In this country, on the other hand, Charles A. Beard, then among the most eminent of American historians, reviewed the first three volumes of “A Study of History” promptly in 1935 in The American Historical Review. Although Mr. Beard objected to Mr. Toynbee's comparative method, the review created popular interest in the work, which was subsequently analyzed in some detail by Time magazine.

Some of the most extravagant encomiums appeared there. The work was described in one article as “the most provocative work on historical itheory written in England since Karl Marx's ‘Capital.'”

Years later, during the cold war, Time scored Mr. Toynbee for his less than hostile attitudes toward the Soviet Union.

“Toynbee shares the widespread and dangerously simple view that Soviet Russia is continuation of old‐style imperialism on the world scene, only ‘cloaked’ by Communism,” the magazine said in 1954. It added that the Briton, “an eminent historian when dealing with the distant past,” was “just another minor pundit when dealing with the present.”

Although Mr. Toynbee won readership, his style did not make for easy going.

Abridged by Somervell

Partly to simplify intellectual mastication of the original and partly to meet the demand for a physically comfortable book, two abridgements of “A Study of History” were prepared by D. C. Somervell with Mr. Toynbee's cooperation. One condensed the first six volumes and the second shrank Volumes VII through X. (Volumes XI and XII have not been abridged.)

The first abridgement, issued here in 1947, was a Book‐ofthe‐Month Club selection and was on the best‐seller list for many weeks. The second was also widely sold.

Although Mr. Toynbee had some complimentary things to say about the Soviet Union as a great power, Marxists condemned his conception of historical development because he rejected materialist and economic determinism and stressed the role of religion in civilization.

Influence ‘Inescapable’

Mr. Toynbee was also the subject of much probing in the United States. His influnce, according to Prof. Ashley Montagu of Princeton, “is inescapable.” Two major collections of appraisal were issued here, one thy Professor Montagu and another by Prof. Edward T. Garigan of Loyola. Both included essays by ranking historians as well as remarks by Mr. Toynbee.

Virtually all these critics agreed on the sweep of his vision and the earnestness of his convictions, although many disputed his specific findings.

Defending himself and his views on his 75th birthday in 1964, he said:

“I have never made the choice between being a historian of politics, economics, religion, the arts, science and tech nology: my conscious and deliberate aim has been to be student of human affairs stud ied as a whole, instead of their being partitionea into the socalled‐ ‘disciplines.’

“In taking this line, I hope I have jumped clear out of the 18th century into the 21st without having got my feet tangled in the 19th or in the 20th. I feel confident that the tradition of the past is also ‘the wave of the future.’

“We are now moving into chapter in human history in which our choice is going to be, not between a whole world and a shredded‐up world, but between one world and no world. I believe that the human race is going to choose life and good, not death and evil.

View of Next Century

“I therefore believe in the imminence of one world, and believe that, in the 21st century, human life is going to be a unity again in all its aspects and activities. I believe that, in the field of religion, sectarianism is going to be subordinated to ecumenicalism that, in the field of politics, nationalism is going to be subordinated to world government and that, in the field of study, specialization is going to be subordinated to a comprehensive ‘view of human affairs.”

When Mr. Toynbee retired from the Royal Institute of International Affairs in 1955, he was freed for new rounds of travel, lectures and books. He visited the United States frequently, teaching at, among other institutions, the University of Denver, New Mexico State University and Mills College in California. He also lectured on television here and wrote “America and the World Revolution.”

Among his later books were “Change and Habit” and “Acquaintances,” recollections of such public figures as Field Marshal Jan Smuts, Col. T. E. Lawrence, Jawaharlal Nehru and Adolf Hitler. In a somewhat lighter vein, he also wrote of his travels in “Between Niger and Nile,” in which he was, in effect, a historical guide to that section of Africa. Others were “Between Oxus and Jurnna” and “East to West: A Journey Round the World.”

Among books on his eariy specialty, classical history, some of the most important were “Greek Historical Thought,” an annotated anthology published in 1924 “Greek Civilisation and Character” (1924), and the twovolume “Hannibal's Legacy,” describing the rise of Rome (1965).

Two years ago, he published “Constantine Porphyrogenitus and His World,” a study of the reign of. the 10th‐century Byzantine emperor. His final book, “Mankind and Mother Earth,” is scheduled for publication here next spring, according to Oxford University Press.

Mr. Toynbee married twice. His first wife was Rosalind Murray, the daughter of Gilbert Murray, the celebrated classical scholar. They were married in 1913 and divorced in 1946. The same year Mr. Toynbee married Veronica Boulter, his longtime secretary and researcher.

His wife survives him, as do two sons by his first marriage, Philip Toynbee, the war correspondent and novelist, and Lawence, a painter. Some Toynbee Reflection

Some thoughts of Arnold Toynbee:

History in the objective meaning of the word, is the process of change in the subjective meaning, it is the study of how and why one situation changes into another.

America is very unwilling to admit that the earthly paradise has tragedy, you see, and if America has tragedy, she can't be the earthly paradise—she has got to uproot her original dream of being the earthly paradise.

While we are lowering the age of sexual awareness—and frequently the age of sexual experience, too—to veritably Hindu degree, we are at the same time prolonging the length of education.

We force our boys and girls to become sex‐conscious at 12 or 13, and then we ask them to prolong their post:graduate studies till they are nearly 30. How are they expected to give tneir minds to education during those last 16 or 17 sex‐haunted years?

Technology is, of course, only a long Greek name for a bag of tools and we have to ask ourselves: What are the tools that count in this competition in the use of tools as means to power?

The would‐be saviour of a disintegrating society necessarily a saviour with a sword, but the sword may either drawn or sheathed.

Machinery perplexes and dismays me, and I have been born into the Western machine age. Why was I not born in third‐century B.C. Syria or seventh‐century A.D. China? I should not then haVe been harassed by machinery as am in the contemporary West. I heartily dislike this side contemporary Western life, and, in the eyes of the rest the world, mechanization is what the contemporary West stands for.

It is a paradoxical but profoundly true and important principle of life that the most likely way to reach a goal is to be aiming not at that goal itself but at some more ambitious goal behind it.

The most obvious way of reconciling oneself to death is to make sure of enjoying life before death snatches from us. The New York Times/Denis Cameron Arnold Toynbee during an interview in London in 1969


Philosophy of History Part XX: Arnold Toynbee and the Challenge of Civilization

Arnold J. Toynbee (1889–1975) was a British historian and philosopher who is best remembered for his monumental Study of History, released in twelve volumes between 1934 and 1961. In this work he traced the rise and fall of twenty-one civilizations, which he defined as the self-contained political and cultural product of a creative minority.

In the early days of their ascent, they win power and prestige by responding creatively and successfully to external challenges—war, natural disaster, encounters with other cultures, etc.—and their superior position is the just reward of that accomplishment. So, in the early days of Rome, the Roman Senators (to take an example) produced Coriolanus and Brutus, Scipio and Fabius, and won the admiring obedience of the whole of Roman society.

However, when these elites cease to respond creatively to changing circumstances, and simply mimic an idealized past, they lose their legitimacy as elites. So Caesar and Pompey, though great in their own right, responded less creatively and more oppressively to the challenges of their own day than their predecessors, and later on Constantine and Justinian continued the trend. When once-inspiring leadership degenerates into oppression in the name of a remote and irrelevant mythology, the elite loses its legitimacy, and the civilization becomes internally divided. Then it becomes easy prey to disasters, like the plague, or foreign enemies, like the Germanic tribes. “Civilizations die from suicide,” Toynbee said, “not from murder.”

When this happens the elite declare a “universal state,” the imagined universality of which seems to compensate for their diminishing power in the real world. Similarly, the people declare a “universal church,” which preserves their values in the face of internal and external oppression. So both the Emperors and Patriarchs of Constantinople continued to declare the universality of their institutions even as their actual sphere of influence diminished with every generation, until at last the Sultan marched into Constantinople and put an end to their pretensions. According to legend, the last Roman Emperor, Constantine XI, was turned into a statue and whisked away at the last moment by an angel. “The marble emperor” was then hidden in a cave, there to sleep away the ages until Rome should rise again. So the story of the decline and fall of the Empire could well be told, according to Toynbee, as the transformation of an actual into a dreamlike power, which it continues to exercise to this day.

Toynbee was an immensely popular and influential historian in his time. The full twelve volume set has sold over seven thousand copies, and the abridgement over three hundred thousand. He was featured in Rivista del tempo and the BBC, and came as close to being a celebrity as a modern historian is likely to get. His reception among other historians was much cooler. He was frequently criticized for making sweeping generalizations, and his taxonomy of pre-civilizations, full civilizations, fossil civilizations, etc., appeared to many both arbitrary and unilluminating. Civilization studies in general have been rejected for just this reason, and also because they seem to imply that some societies are intrinsically better (i.e., “more civilized”) than others—an assumption with which modern historians, living as they do in a post-imperial age, are no longer comfortable. Instead, they usually prefer to reject all such world-historical schemes, and work on tightly focused monographs that treat a manageable amount of evidence.

However, world history has survived the abandonment of the “study of civilizations” approach epitomized by Toynbee’s Study of History, and continues to make substantial contributions to our knowledge of the past. Toynbee remains, in that sense, an important figure in the history of history.

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Daniel Halverson is a graduate student studying the history of Science and Technology of nineteenth-century Germany. He is also a regular contributor to the PEL Facebook page.


Arnold Toynbee - History

Arnold Toynbee (1852-1881) died before the age of thirty but nevertheless in his short life as a scholar his thinking did much to change how education could be developed through work in the poorer parts of Britain’s cities. He lectured in economic history at Oxford University where he was very critical of the effects of the industrial revolution which he saw emerging all around him. Toynbee observed that: “The effects of the industrial revolution prove that free competition may produce wealth without producing well-being". Large-scale poverty was becoming concentrated in urban slums and he could not remain indifferent to its consequences. He therefore urged his students to show some real engagement in working with the growing population of poor people.
Using the ideas of Edward Denison (1840-1970), Toynbee proposed schemes for ‘university extension’, a form of outreach and supplementary learning by which students working in the most deprived communities would apply and ‘extend’ their course material through voluntary work. Students would become more aware of daily living conditions and this confrontation with the harsh reality of social inequality would not only sharpen their sense of social responsibility, but also bridge class divisions. This idea was later labelled Practical Socialism (1888) by Toynbee’s ideological ally, the Anglican priest Samuel Barnett. The model received plenty of support in the colleges of Oxford and Cambridge, from where it gained international recognition.

After Toynbee’s death, Barnett continued to promote the concept of university extension through the establishment of university settlements. These provided accommodation so that students would not only work to enhance the living conditions of the poor, they could also live among them for at least a year. The aim was that this arrangement would strengthen the links between scholars and the residents of urban slums, and achieve better results in terms of social improvement and mutual learning. In 1884 Toynbee Hall opened in East London. Graduate students came to live on the premises, while often working elsewhere. They contributed to local life by studying the lives of their working class neighbours and organising activities that contributed to community building, (informal) education and social solidarity. Gli studenti residenti negli insediamenti hanno lavorato per migliorare il sistema dei sussidi per i poveri, garantire migliori diritti pensionistici e, in generale, migliorare le condizioni di vita. Tra di loro c'era il filantropo Charles Booth, per il quale Toynbee Hall fungeva da base mentre lavorava a Life and Labor of the People a Londra (1889). Questo studio ha mappato la povertà a Londra alla fine del XIX secolo e ha influenzato sia la ricerca sociale che la lotta alla povertà per decenni dopo.

Toynbee Hall è diventato rapidamente un esempio ispiratore di sviluppo della comunità sia negli Stati Uniti che in Europa. Jane Addams visitò Toynbee Hall nel 1888 e ne divenne così entusiasta che esportò l'idea in Nord America.

All'inizio del XX secolo, una delle persone che visse e lavorò a Toynbee Hall per un breve periodo di tempo fu William Beveridge, seguito da un certo numero di studenti che divennero importanti teorici sociali e politici.

Arnold Toynbee è anche un antenato di Polly Toynbee, attualmente una giornalista di spicco che scrive spesso di questioni sociali su The Guardian. Il suo libro Hard work (2003) si basava sull'esperienza diretta di vivere con salari da povertà e ha dato un contributo impressionante nel descrivere le difficoltà affrontate ogni giorno dalle persone in fondo alla scala sociale, descrivendo la vita reale e la (in)umanità dietro le statistiche .

Questo testo è stato scritto da Jan Steyaert, basato sulla versione olandese di Wim Verzelen
Data di prima pubblicazione: 12-2010
Data dell'ultima revisione: 04-2013


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